NELLE TERRE ESTREME… DI SÈ

NELLE TERRE ESTREME… DI SÈ

Post N°45 - copertina-nelle-terre-estreme
Io amo il cinema. Questo chi conosce un po’ la mia storia lo sa bene. SAFARI si apre con una citazione di Fellini, il mio mestiere e la scelta di vivere a Roma sono state condizionate da questa passione viscerale. Sono capace di macinare film e serie tv per ore e ore senza stancarmi.

Spesso arrivo a un libro dopo aver visto il film da cui è tratto. In questo caso parliamo di un film diretto da Sean Penn, il che già gli dà una certa credibilità, a cui si aggiungono una storia emozionante e panorami mozzafiato. Un mix ben riuscito. Ma sapevo che dovevo arrivare alle pagine di Jon Krakauer.

Ho solo rimandato e oggi so il perché.

È stata una lettura emotiva, penetrante e, a tratti, ho dovuto sospenderla.

Si sa che io sono affascinata da chi decide nella sua vita di fare un’impresa, di superare dei limiti (non importa di che natura). Dice mia figlia: «Come al solito, a te piacciono queste storie qui».

Inevitabile che la storia di Chris mi avrebbe presa dalla prima all’ultima cellula.

Che poi questa confidenza che me lo fa chiamare “Chris”. L’ho conosciuto solo attraverso gli occhi di Sean Penn e le parole di Krakauer, eppure quella SENSAZIONE DI ESSERE TRAVOLTI la conosco bene, un bisogno, quasi una necessità, a volte proprio un’impellenza che solo la natura può consentirti. Quell’irrequietezza, quella “sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla (LEV TOLSTOJ)”, è una fidata compagna anche per me.

In tutta la lettura ero tormentata da domande come questa:

perché Chris McCandless ha voluto appositamente arrivare in Alaska senza provviste sufficienti, senza una bussola e, soprattutto, senza una mappa?

Chris è stato spesso additato come un ragazzino irresponsabile, nel pieno di una crisi esistenziale. Ma poteva trattarsi solo di arroganza? Poteva solo essere un borghesuccio dell’America “bene” che odiava il capitalismo, uno che noi donne e uomini della strada definiremmo semplicemente “coglione”?

IL GIUDIZIO È UNA BRUTTA BESTIA e annebbia la ragione. Ed io ho sempre avuto chiaro che in nessun caso, nemmeno in quello più lontano dal mio sentire, ho il permesso di giudicare. Figuriamoci qui, in una storia che sento appartenermi.

No, IO NON CI CREDO. Ho continuato ad arrovellarmi, alla ricerca di una risposta.

Continuavo a chiedermi. Perché? Perché si è liberato della mappa, una mappa che gli avrebbe mostrato che a pochi chilometri da quell’autobus in cui ha vissuto negli ultimi mesi della sua vita e in cui è morto, c’era la sua salvezza?

Sì, voleva trovare qualcosa di inesplorato dove di inesplorato ormai non c’era nulla. E Krakauer afferma “Si liberò (della mappa) per non esserne sviato. Nella sua mente, o chissà dove, in questo modo la terra si sarebbe mantenuta un’incognita.”

Ma non mi bastava.

Chris McCandless scrive da persona lucidissima, non in balia di emozioni adolescenziali:

“C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso […] solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è felicità […] «Felicità è vera soltanto se condivisa».”

Risposte non ne ho trovate. E credo sia giusto così.

In fondo le storie migliori sono quelle con un finale aperto. Qui non c’è lieto fine. È vita vera, reale. Ma come la sua storia è finita in una tragedia, ce ne sono molte altre che i protagonisti sono riusciti a raccontarci personalmente.

Chris ha cercato di inseguire il suo sogno e solo per questo non posso sminuirlo con definizioni prodotte da una realtà che lui disdegnava. Quello che sento è che solo per averci provato, lo ammiro. Non sono in tanti a farlo, a provarci intendo. Molti preferiscono rimanere nelle loro gabbie, nei luoghi che seppur intrisi di sofferenza, conoscono bene.

In questi casi non credo sia il coraggio a farti uscire dalla gabbia, credo sia la paura, la disperazione. Perché quella disperazione ha una forza prorompente e in molti casi ti salva la vita. Anche se a volte, come nel caso di Chris, non quella fisica.

Post N°45 - rete-nelle-terre-estreme

Non ho conclusioni per questo post. Non chiedo di condividere necessariamente le mie osservazioni. Ma mi piacerebbe confrontarmi rispetto a quell’urgenza, quell’impellenza che Chris sentiva, che a volte sento anche io e che, la maggior parte delle volte, mi porta nelle mie… TERRE ESTREME.

Se vi va di leggerlo, lo trovate a questo link [widgets_on_pages id=4]

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